Riflessioni sui processi di rigenerazione creativa e culturale del patrimonio industriale

Quali funzioni affinché gli “spazi” ridiventino luoghi in cui creare valore?  Uno spazio industriale dismesso si può considerare un “vuoto”?

Il contesto

Secondo fonti dal web in Italia si annoverano quasi un milione e mezzo di spazi vuoti, tra cui  700mila edifici tra ex fabbriche e capannoni dismessi.

Dopo anni di esperienze di riutilizzo di edifici industriali per gli usi più diversi, si va sempre maggiormente affermando la relazione: fabbriche dismesse = nuovi spazi per la cultura, l’arte, l’innovazione sociale.

Sicuramente lo spazio di sperimentazione dell’arte contemporanea ben si incontra con spazi che spesso erano stati di sperimentazione tecnologica e forniscono suggestioni non indifferenti anche con interventi minimi di messa in sicurezza.

Ma c’è una questione da considerare: non si tratta di spazi “neutri”.

Lo spazio di lavoro, come spazio sociale per eccellenza, ha spesso rappresentato un valore identitario per un territorio, che le comunità locali ancora riconoscono. L’essere stato teatro di storie di vita il cui eco non si è ancora spento, rende metaforicamente “pieni” i volumi rimasti vuoti.  Prescindere dal confronto con le memorie stratificate in esso e fuori di esso, focalizzandosi solo sull’identificare “nuove funzioni” può portare a progetti di successo?  La risposta non è facile e anche i migliori propositi spesso cadono nel confronto con la realtà, con i costi, con le esigenze di mercato. Talvolta però la questione si può fare più semplice se si sposta il focus dall’offerta (di spazi, di funzioni) alla domanda: quali sono le esigenze/richieste del tessuto socio-economico locale? C’è una reale necessità di riuso di uno spazio?

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Il caso studio

E’ questo il caso della Fabbrica Alta di Schio, tra gli oggetti di studio del mio progetto di ricerca volto ad analizzare “strategie innovative per la rigenerazione creativa e culturale del patrimonio industriale”.

Un edificio imponente, sicuramente un fuori scala rispetto al contesto, che ancora incute nella comunità locale quella sorta di timore/rispetto di quando rappresentava il simbolo della produzione economica, delle gerarchie sociali, del potere, del sapere.

Da quasi cinquant’anni si discute su come riutilizzarla: museo di un passato di eccellenza nel settore tessile non più esistente? museo/laboratorio per innovazioni e nuove tecnologie? spazio culturale? Sicuramente luogo perfetto per  tutte quelle attività che oggi pare possano risolvere magicamente la rifunzionalizzazione di siti ex-industriali: co-working, fab-lab, Community Hub, Cultural Hub (riusi assolutamente interessanti che verranno analizzati nel seguito di questo blog)…

Ma se ancora non ci fosse un tessuto socio-economico adeguato o una reale necessità di riutilizzo dell’edificio da parte della comunità locale? E se ciò che serve alla città oggi (e non solo nel caso di Schio) fosse invece proprio un “vuoto”?

Si tratterebbe di un’operazione culturale coraggiosa: intervenire per mettere in sicurezza uno spazio fisicamente – non metaforicamente! – “vuoto”, in modo che la gente possa entrarci, percorrerlo, “abitarlo”, vederlo e ascoltarlo così com’è: “un luogo che porta impressi come rughe i segni della memoria” (G.Vacis), ma ancora un luogo, di cui riappropriarsi e in cui rielaborare una memoria storica collettiva affinché divenga stimolo per il futuro e non cristallizzazione del passato.

Nei prossimi post vedremo le attività che il progetto di ricerca – in collaborazione con i suoi partner aziendali – intende avviare per supportare questo percorso, sperimentando anche l’uso di pratiche artistico-culturali che divengono così un mezzo per la rigenerazione anziché un fine.

 

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